Il diario di un viandante di Beltramelli, pubblicato nel 1911, va messo nel novero dei pochi libri di viaggio dell’autore, che scrisse anche novelle, romanzi, liriche, qualcosa per il teatro e libri per l’infanzia. Questo testo è l’unico però nel quale egli racconta le sue esperienze di viaggio fuori dell’Italia.
La narrativa odeporica è ricca di splendidi esempi a partire dalla metà del XIII secolo, in particolare dei resoconti dei missionari in terre lontane. Tuttavia dei loro viaggi hanno scritto i più grandi autori ma anche coloro che, per lavoro e/o per svago, sono comunque reduci da un viaggio in cui hanno scoperto il diverso da sé, perché è umano il desiderio di condividere questa esperienza. Oggi forse la condivisione avviene più spesso attraverso fotografie e filmati postati sui social. Ma l’idea di condivisione è assolutamente identica.
Il libro si apre con un racconto, Il viandante, un quadretto famigliare che forma la cornice dei racconti successivi. Della breve storia sono protagonisti due fratelli del nonno dell’io narrante: Giovanni, il quale, al seguito delle truppe di Napoleone, era morto al passaggio della Beresina (1812) e Cristoforo, che era stato avviato da giovane agli studi per diventare un tranquillo impiegato e la cui vita era stata rigorosamente prefissata dal padre:
«i figliuoli dovevano ai loro genitori un rispetto quasi da schiavi. Essi parlavano al padre in terza persona evitando ogni termine confidenziale e ciò per mantenere la dovuta distanza fra il piccolo re e i sudditi involontari.»
Ma in Cristoforo covava l’ansia di libertà,
«abbandonò tutto, rinunziò a tutto, prese, solitario viandante, il lungo cammino che non doveva abbandonare mai più.»
Nell’io narrante, Beltramelli stesso, questa figura, verso la quale la famiglia si dimostra sempre ostile, ispira “un sentimento profondo, commisto di simpatia e di pietà; gli avrebbe gettato le braccia al collo” ed è quello che gli dà l’ispirazione per diventare viandante e per scrivere le pagine che seguono.
I resoconti di viaggio di Beltramelli, per la maggior parte dedicati ai paesi del Mediterraneo, raccontano dal primo avvistamento dal mare del Capo Bon, l’estrema punta della Tunisia – cioè per l’autore del “continente nero” – verso la Sicilia, fino al saluto ai coraggiosi lapponi, che “portano fra gli orrori delle terre iperboree l’ultima voce dell’umanità di fronte al mistero polare.”
Anche in questo testo l’autore mostra il suo carattere sempre venato da un sentimento sanguigno e tragico. Più che la curiosità verso luoghi, persone, situazioni nuove, percorre il libro il giudizio abbastanza impietoso per quanto tutto ciò sia diverso dalla madre patria, diverso e nella grande maggioranza dei casi peggiore, e la sentenza che esista una “profonda disparità di due razze [araba ed europea], le quali non possono e non potranno mai fondersi e comprendersi interamente.”
L’autore percorre la costa della Tunisia verso sud fino alle rovine di Thapsus, visitando Monastir e Kairuan. La tappa successiva è verso la Grecia continentale ed insulare. A proposito delle isole greche ci accorgiamo di quanto queste siano cambiate oggi per merito o disgrazia del turismo di massa. In questa parte di racconto hanno molto più spazio reminiscenze storiche. A Creta – l’autore la visita intorno al 1907 – è palpabile una forte tensione tra cristiani e musulmani. Appena un anno dopo, nel 1908, i Cretesi proclameranno l’unione alla Grecia, sfruttando un momento in cui la Turchia sarà scossa da disordini interni. La cosiddetta ‘questione cretese’, cioè la questione se Creta dovesse dipendere dall’Impero ottomano o dalla Grecia, fu risolta solo nel 1913 con il Trattato di Londra, che riconobbe a livello internazionale la sua annessione alla Grecia.
L’autore ritiene assolutamente superfluo parlare delle importantissime emergenze archeologiche dell’isola:
«Fare una dissertazione e a quale pro?… Della civiltà minoica molto si è scritto anche in Italia. Chi può cercare fra gli appunti di un viandante, di un’anima nostalgica, la dissertazione sapiente?»
Spostandosi in Asia minore, la prima cosa di cui l’autore prende nota è quanto sia rimasto tutto immutato – “Le stesse tradizioni, gli stessi costumi, le identiche consuetudini” – dai tempi del “viaggiatore veneto”.
Infine Beltramelli racconta della Lapponia, unica tappa del grande nord qui narrata.
L’autore accusa gli italiani di una scarsa propensione a viaggiare:
«Da ciò proviene, per restare entro i limiti delle nostre terre, il perpetuarsi di pregiudizi e di prevenzioni non mai abbastanza biasimevoli in una terra come la nostra, la quale ha il dovere di rinsaldare giorno per giorno sempre più, i vincoli di fratellanza fra regione e regione.»
e conclude:
«Una razza tanto più si rinsalda nelle sue tradizioni quanto più si muove ed ha occasione di conoscere gli antagonismi che la dividono, le qualità etniche che la differenziano, gli interessi che l’allontanano dalle altre razze. Avere esatta coscienza della propria entità significa raddoppiare il proprio valore, e tale coscienza non si acquista intera e compiuta se non quando si possono stabilire raffronti e rapporti non già cervellotici, ma derivati da una diretta e costante osservazione dal vero.»
A voi le conclusioni!
Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi
Dall’incipit del libro:
Ricordo sempre. Sopra alla stufa, da un lato, appesa al muro entro una cornice nera e difesa da un vetro era una vecchia lettera stinta, dalla carta ingiallita, dai caratteri chiari.
La stanza era buia ed angusta e la lettera rimaneva tutto il giorno nell’ombra; solo alla sera quando, sopra alla tavola coperta da un vecchio tappeto a maglia, si accendeva il lume a petrolio, il quadratuccio di carta appariva su le pareti illuminate.
Per lungo tempo non me ne occupai; era una cosa abituale nè mi destava maggior curiosità della valvola o dello sportellino della stufa, oggetti che mi erano famigliari in quel tempo più degli uomini e delle loro parole.
Avevo forse cinque anni quando incominciai a guardare incuriosito la reliquia custodita religiosamente. Ricordo che la mamma ne spolverava il vetro ogni giorno e ricordo il nonno che a volte vi si soffermava innanzi pensoso.
Ne nacque in me un rispetto inconsapevole. Credevo si trattasse di qualche cosa prodigiosa ma ancora l’attenzione mia non ne era attratta.
Mi risuonavano bensì nella memoria alcune frasi che sentivo ripetere con frequenza da mia madre:
‒ …. la battaglia di Mosca mi costa più di duecento zecchini….‒















