Grazia Mancini nacque a Napoli da Pasquale Stanislao Mancini, giurista e uomo politico, e Laura Beatrice Oliva, poetessa e letterata. Permangono incertezze sulla data di nascita, indicata da alcuni nel 1841 e da altri nel 1843. Resta il fatto che nelle sue Impressioni e memorie, il 15 novembre 1864 lei stessa parla di avere 22 anni compiuti, collocando quindi la data della sua nascita nel 1842. Il padre si era esposto parecchio politicamente e nel 1849, imbarcatosi inizialmente sulla nave Ariel per espatriare esule in Francia, dovette riparare a Torino dove la famiglia – la moglie e i cinque figli che aveva al momento – lo raggiunsero successivamente nel 1850 lasciando a Napoli l’anziana madre di lui. A Torino, sostenitore dell’unità italiana, fu dopo il 1861 parlamentare e più volte ministro. Ebbe grande influenza sulla figlia primogenita Grazia, dopo la quale ebbe altri 10 figli, alcuni dei quali morti nell’infanzia.
Grazia a Torino frequentò la scuola dei coniugi Desnisard e poi il convitto della signora Elliott dove fu allieva di Francesco De Sanctis. Trasferitasi nel 1865 con la famiglia a Firenze, quando questa città divenne capitale, fu certamente influenzata dal fatto che qui era vivo il centro del movimento per una emancipazione moderata della donna; in questa città al tempo del granducato il Tommaseo aveva fondato la sua rivista per le donne e le “poetesse del cuore” tra le quali la Milli e la Fusinato frequentavano il salotto Peruzzi. Aurelia Folliero, che aveva stemperato le idee liberali della madre Cecilia guardando con cautela alle nuove rivendicazioni, con la rivista quindicinale «La Cornelia» voleva “rinforzare l’idea religiosa nelle masse, scevra di stolti pregiudizi”. Grazia affiancò la Folliero ma con una posizione più progressista. Prese a dirigere, nella «Rivista europea» del De Gubernatis, – il quale, abbandonato il bakuninismo, era tutto teso a dimostrare una presunta superiorità della donna indoeuropea rispetto alle donne di altre razze – una rubrica sull’istruzione femminile. La rivista, cui collaborava anche il marito Augusto Pierantoni (sposato nel 1868), dava parecchio spazio al problema femminile, annoverando fra le collaboratrici per esempio la russa Tatiana Svetoff e ospitando la traduzione italiana – ad opera di Maddalena Gozenbach – di Lettere sulle donne di Fanny Lewald.
Il giovanile fermento critico era ormai imbrigliato in una cauta volontà riformatrice. Parlando di Anna Maria Mozzoni afferma che le pare una donna “colta e animosa”, ma che parla ancora di filosofia quando alle donne occorre soprattutto una solida istruzione professionale. Certamente il mettere l’accento sull’istruzione professionale era ispirato dall’influenza del De Sanctis che era da tempo patrocinatore di questa esigenza e che di Grazia fu insegnante stimato, del quale Grazia stessa fu certamente l’allieva dalla personalità più equilibrata. De Sanctis scrive infatti in una lettera alla battagliera Virginia Basco:
“…un disegno di scuola professionale femminile, così come si fa altrove e non si fa presso di noi. E poiché brami di far qualcosa faresti benissimo ad accompagnare con lo scrivere l’azione, mettendo la tua opera in promuovere una scuola simile. Scrivere bene è assai meno che far bene.”
Quando la Mozzoni polemizzava contro l’idea di ridurre la questione femminile a quella dell’istruzione professionale, si riferiva probabilmente alla battaglia di Grazia. D’altra parte per lei fu determinante l’influenza dapprima del padre e poi del marito, entrambi giuristi; si sforzava quindi costantemente di marcare un confine tra riforme possibili e speranze probabilmente arbitrarie. La madre poetessa e letterata a Firenze instaurò un vero e proprio salotto letterario frequentato da poeti e scrittori. Tra le scrittrici vi era Evelina Cattermole (Contessa Lara) che divenne amica sia di Grazia che delle sue sorelle e sposò, nel 1871, il fratello terzogenito di Grazia, Francesco Eugenio. Questo matrimonio terminò dopo che il marito uccise in duello l’amante di Evelina.
Grazia fu prolifica scrittrice e traduttrice. Tra le sue opere ricordiamo alcuni volumi di poesie, i romanzi Dora, Costanza, Donnina, e tra le traduzioni Il grillo del focolare di Dickens e una raccolta di Poesie straniere. Molti suoi scritti furono tradotti in varie lingue. Dal suo matrimonio ebbe tre figli, Beatrice, Riccardo e Dora. Il marito era nel frattempo divenuto prima deputato e poi senatore. Nel 1880 si trasferirono a Roma. Nel 1875 aveva iniziato a collaborare con «Nuova Antologia», collaborazione che non si interruppe più per il resto della sua vita. La sua collaborazione a riviste era intensissima; ricordiamo almeno, oltre a quelle già segnalate, «La Donna», «La Tavola Rotonda», «Vita Italiana», «Roma letteraria». Come la madre fece parte dell’accademia Pontaniana di Napoli.
Rimasta legata alla monarchia sabauda che aveva accolto la sua famiglia Torino, fu fondatrice della Società per la coltura della donna presieduta dalla regina Margherita; si rese attiva in vari campi di natura educativa e filantropica. Nella località dove era solita trascorrere le vacanze, Centurano in provincia di Caserta, fondò, secondo le sue più radicate convinzioni, un asilo e scuola di lavoro femminile. Due suoi figli, Beatrice e Riccardo (che aveva patrocinato la stampa di Impressioni e ricordi, il diario della madre tra il 1856 e il 1864) morirono prima di lei. Il marito Augusto morì nel 1911. Lei morì il 12 maggio 1915, pochi mesi dopo essersi nuovamente trasferita a Roma, angustiata dalle notizie belliche che funestavano il periodo.
Fonti:
- F.B. Bortolotti: Alle origini del movimento femminile in Italia 1848-1892. Torino, 1975.
- G.C. Odorisio, F. Taricone: Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX Secolo. Torino, 2008.
- Dizionario Treccani
https://www.treccani.it/enciclopedia/grazia-mancini_(Dizionario-Biografico)/
Note biografiche a cura di Paolo Alberti
Elenco opere (click sul titolo per il download gratuito)
- Impressioni e ricordi
(1856-1864)
Il diario della giovane Grazia Mancini tra il 1856 e il 1864 è un testo di grande interesse sia come testimonianza storica atipica che come traccia, ancorché debole, per seguire lo svilupparsi della lotta per l’emancipazione femminile da un punto di vista moderato.













