È fatto giorno ottenne il premio Viareggio nel 1954; era stato pubblicato, postumo (ma molte poesie erano apparse con Scotellaro in vita su riviste) da Mondadori dopo essere stato fermo da Einaudi per oltre un anno e poi ritirato dallo stesso Scotellaro. È nota l’ostilità di Pavese verso la pubblicazione di questa raccolta poetica, anche se pareva che non dovesse prevalere. Sulle vicissitudini editoriali di È fatto giorno è interessante leggere il saggio di Franco Vitelli La vicenda poetica di Rocco Scotellaro compresa nel volume edito da Mondadori (ed ora nuovamente disponibile in libreria) Tutte le opere di Scotellaro.
La produzione poetica di Scotellaro rispecchia la mancanza di un movimento che concretamente sia in grado di risollevare le sorti del Mezzogiorno. Dagli anni del secondo dopoguerra l’impegno politico dell’autore per trovare soluzioni alla miseria del lavoro agricolo trova riscontro nella sua necessità di mettere in poesia, e in questo modo fissarle nella memoria, le vittorie del movimento contadino e le ancor più dure sconfitte. Poesia che contribuisce certamente a colmare quel vuoto di interpretazione che creava difficoltà a puntare l’attenzione sulla realtà capitalista che andava crescendo; e tramite la poesia poteva compiere un piccolo passo per cogliere gli aspetti della struttura colonialista che voleva gettare solide basi per l’economia italiana facendosi tramite del colonialismo globale del sistema europeo verso il meridione. Il vuoto interpretativo nasceva anche dal fatto che l’attenzione delle forze politiche e culturali sembrava rivolgersi ai loro interessi specifici di classe di intellettuali e tecnici: cattedre, carriera, editoria, giornali, premi. Michele Abbate osservò che
«il processo di modificazione dell’antica realtà meridionale messo in atto dall’espansione capitalistica ha trovato criteri di legittimazione e di razionalizzazione anche nella tematica di un’ala tutt’altro che trascurabile della cultura meridionalistica».
Per queste ragioni troviamo anche tra la critica appartenente alla “sinistra” – per esempio Asor Rosa – il tentativo di incasellare Scotellaro tra gli esempi di una cultura populista ingenua e artificiosa. Non credo che sia così; la connotazione di classe della poesia di Scotellaro è precisa. La classe contadina di cui parla Scotellaro nelle sue poesie è una classe sconfitta; e non avrebbe potuto essere altrimenti per la sua collocazione economica, sociale, storica, geografica in quanto non poteva essere la sola classe rivoluzionaria e a questa solitudine doveva la propria sconfitta. Le forze che l’avevano lasciata sola avevano trovato più comodo discutere coi vincitori, offrire posti di lavoro e un tetto in un ghetto urbano e dimenticarsi di quella classe contadina, chiudere occhi e orecchi e non parlarne più. E con questo dimenticare anche le possibile vie per la concretizzazione culturale e politica della linea gramsciana che ancora era accessibile nell’Italia degli anni ’50.
Scotellaro presenta, forse per la prima volta, i contadini con il loro aspetto e le loro abitudini, che si attendono di essere accettati per quel che sono. Il dispositivo poetico-narrativo è efficace per rappresentare una sorta di risveglio della civiltà contadina della Lucania; per questo si percepisce, insieme al compianto di sé e l’intenerimento su di sé e i suoi, la tranquilla gioia di una classe che cerca di far sentire la propria presenza nelle dinamiche della storia. È quell’intenerimento che forse ha spinto molti a confondere queste poesie con quelle di un generico ribellismo meridionalista. Ma Scotellaro, pur provenendo da quel superficiale fermento e nascendo poeticamente nell’ambito del gusto “popolare”, lo allarga e approfondisce collocandolo proficuamente in un movimento espressivo che si ergeva con forza di fronte alle esperienze che travagliavano le vecchie strutture sociali e morali delle sue terre.
La formazione culturale di Scotellaro gli consente di attingere a un linguaggio lirico di ascendenza dal tardo ermetismo; è questo linguaggio che gli consente di andare oltre ai temi del sentimento, come accennato sopra, modularli tra amore e nostalgia, dolore ed esilio, per giungere al superamento del dato privato e approdare alla realtà amara e desolata delle sue terre, alla sofferenza contadina, l’ostilità della terra, l’oppressione degli uomini. Ma è evidente lo sforzo di superare anche queste in attesa del riscatto, della speranza, della conquista di una nuova coscienza.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
La prima poesia della raccolta, Saluto:
Non sentirà mai più la maggiolata,
la figlia della quercia e della macchia.
Vestivi dei fiori delle ginestre
ridonate all’incolto pendio.
Inviolata eri e chiusa
come un acerbo fiorone.
Avevi l’occhio bianco dei faveti
spaurito, simile alle lepri
prese nel laccio delle mute.
Io quando t’assalii
sentii il tuo ventre ridere.
E le tue guancie arrossate
erano un altro selvatico fiore
lasciato a pascolo.
Io non ti rivedrò mai più
la figlia della quercia e della macchia.
Né ora che ricorre la tua festa,
la festa dei ceri e le contorte nicchie
e dentro il viso nero
di Maria di Fonti
che pare tua madre giovane.
Sei la prima voce,
sei alla testa del corteo
delle vergini in veli,
e vai spargendo dai cesti
vessilli di ginestra, e madreselva
profumata d’incenso.
Io non ti voglio dire
quante strade odorose ho da fuggire!















